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Perché JUVENILIA (lettera di un genitore)
“ La porta di Via Silvio Pellico “
Seduto sotto il patio della mia abitazione di Verderio mi riposo ed ascolto il concerto delle foglie visitate da vento e sole; poi, chiudendo per un istante gli occhi si materializza nella mia mente la porta metallica di via Pellico: la spingo in là e nello scorcio vedo sul prato undici ragazzi con una divisa rossoblu piuttosto logora che corrono dietro a un pallone; hanno l’ aria felice e mi sembra di conoscerne in particolare uno. Non ha i piedi buoni ma ce la mette tutta, quasi fosse la finale del campionato del mondo. E’ robusto, i capelli ricci, forse un po’ miope; guardo meglio e……ma è incredibile, sono proprio io, venticinque anni fa! Un battito di palpebre e di nuovo ricompare la porta metallica: l’ apro di nuovo e questa volta nel rettangolo verde corrono mini-calciatori; anche loro in maglia da gara hanno dipinta in volto la felicità mescolata a polvere, sudore e fatica. Guardo un po’ meglio e ne riconosco uno: è biondino, conciato da buttare via, comunica a gran voce con i compagni e dentro una gran voglia di farsi valere: ma certo, è l’Edo, mio figlio, venticinque anni dopo, ora come allora…….. Riapro gli occhi e sebbene l’ incantesimo si sia spezzato mi resta in testa una formidabile convinzione: nonostante sia passato tanto tempo e la vita, scivolando via, mi abbia condotto lontano da Monza, io e mia moglie Debora abbiamo fatto bene a portare Edoardo nella squadra dove suo padre visse indimenticabili attimi di gioventù. Perché tutto è rimasto di cristallo: nell’ aria si respira inalterata l’ essenza profumata dello sport, che deve essere competizione senza esagerazione; i dirigenti vecchi e nuovi hanno tutti quello stesso volto limpido e specchiato di tanti anni fa, il campo cintato di Regina Pacis è lo scrigno dei valori umani e cristiani che stillano purissimi da questa sorprendente disciplina sportiva. Così, da genitore, posso condividere serenamente il destino sportivo ed educativo di mio figlio con queste persone generose senza limite e da oltre quarant’anni disponibili a spendere il loro tempo in nome di ideali superiori e mai scoloriti. E allora cara vecchia Juvenilia resta sempre così, come sei nata e cresciuta: una “company” pulita e allegra, un ambiente protetto dove riconoscersi tra amici per quattro chiacchiere serali; ma anche un altoforno di passioni e speranze e , non c’è dubbio, una piccola scuola piena di buone lezioni umane e cristiane. I dieci miei compagni di squadra sono diventati uomini responsabili e realizzati; e a parte qualche ruga in più, nell’ incrociarli ho ritrovato intatta sui loro volti quella passione per la vita che abbiamo coltivato anche sui sassosi campi di calcio degli anni settanta, lontano dalle insidie nascoste nelle pieghe della nostra acerba gioventù. Per un attimo, richiudendo gli occhi, ricompare quel ragazzo con i capelli ricci e un po’ miope; si gira verso di me, sorride esausto e sussurra: “mille grazie Juvenilia, ti voglio bene”. Luca Banfi, classe 1960, difensore di fascia
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