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Lunedì sera: anche se in ottima compagnia ( presidenti di Juvenilia, Gerardiana e segretario generale ), la voglia di ascoltare l' ennesima concione di un prete "freestyle " è pari a zero. Seduti in mezzo a un manipolo di autorità ( tra gli altri il presidente dell' Unione Società Sportive Monzesi e la fascinosa delegata alle politiche giovanili del comune di Monza ), arriva Don Alessio Albertini ( fratello del più celebre Demetrio: Milan e nazionale..). Attacca con il cappello introduttivo e subito entra in tackle; gli bastano due minuti per inchiodarci senza scampo alla seggiola, assistito da qualche slide e dalla sua travolgente eloquenza.
Mentre parla non fiata nessuno: niente sbadigli, nessun occhio a tendina, ci pensa lui a tenere alta la curva dell' attenzione mescolando concetti saggi a battute irresistibili. Il verbo di Don Ale è talmente solenne da riuscire a vincere la mia arcinota avversione ai dispositivi hi-tech: sul telefono annoto con cura i capitoli principali del suo discorso e adesso ve ne do conto. Pensieri universali, preziosi nella fattispecie per i diretti destinatari: gli allenatori, che spero leggano avidamente questo succinto resoconto.
Primo ragionamento. In un contesto oratoriano l' allenatore è in primis educatore. Il che significa avere a cuore il destino dei ragazzi, conoscerli, andarli a cercare e offrire loro un modello di riferimento. Perciò, se la società di appartenenza attende per vocazione e statuto ai valori supremi dell'apostolato cristiano, va da sè che l' unico modello presentabile è Gesù Cristo a cui va data la chance di essere proposto attraverso una copiosa semina, promossa dai suoi bracci sportivi: i coach, appunto.
Secondo. Agli allenatori è richiesta misura e disponibilità: niente inutili iperboli, mai proporre modelli inimitabili o disegnare scenari irrealizzabili, presentarsi all' appuntamento con i ragazzi riapettando le reciproche libertà.
Terzo, decalogo degli allenatori: sapere la materia ( l' aggiornamento aumenta la qualità e la modernità della dotazione tecnica e qundi genera soddisfazione e riconoscenza negli utilizzatori finali ); saper fare,( essere cioè un buon comunicatore e interlocutore ); saper essere, ( testimone di comportamenti virtuosi, mai insegnare a giocare sporco ); saper stare ( parità e rispetto nel rapporto interpersonale ).
Metafora finale: nel baseball per fare punto occorre conquistare tutte e quattro le basi e altrettanto succede nel football per chi è responsabile dei ragazzi. Prima base acquisita solo assumendo la convinzione che in oratorio ogni piccolo calciatore ha diritto a non essere per forza un campione e che in ogni squadra c'è posto per tutti. Seconda base raggiunta quando assimilato che la vittoria vera di un allenatore coincide con l'aver ottenuto il massimo dai suoi atleti, al limite superiore delle loro effettive possibilità. Terza base nel sacco al passaggio dell' idea che è molto più importante vincere domani ( grazie al trasferimento dei valori sportivi nella vita reale ). Quarta base e punto, solo dopo aver insegnato le regole: quelle comportamentali generali, da usare come metro etico della propria esistenza.
In poco più di un' ora e mezza abbiamo ricevuto una tonnellata di eccellenti spunti di riflessione e veniamo via arricchiti e soddisfatti. Certo, le pillole di saggezza di Don Ale sono il distillato e l' incipit per ulteriori step di approfondimento, ma il percorso è tracciato, serve solo mettersi in cammino. Nella stagione oscura della cosidetta emergenza educativa, il lanternaio diocesano prova ad aprire uno squarcio di luce in un campo rabbuiato da falsi idoli e indebolito nei suoi grandiosi valori e sotto la sua illuminata direzione abbiamo un' occasione unica di fare chiarezza.
Esco dall' oratorio di Triante con una convinzione: sono certo che se avesse avuto tra le mani un pallone, Gesù l' avrebbe miracolosamente moltiplicato cento e cento volte, per far giocare tutti......
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